Daniela Bernardo

Gli amori impossibili

Cuoriforme Gli amori impossibili Cosa sono? Gli amori impossibili sono spesso quelli del: “Se solo… allora sarebbe perfetto”. Sono quelli che tagliano la realtà a pezzetti, poi prendono uno di questi pezzi e lo trasformano in un tutto potenziale, come se il resto, l’elemento che li rende impossibili, fosse semplicemente un accessorio. L’accessorio potrebbe allora essere il marito o la moglie di qualcuno che vorremmo, ma che non è libero o una parte del carattere che quando non si manifesta si sta così bene insieme. A volte invece è il semplice fatto di non essere corrisposti, che molte volte ci giunge come crema che trabocca da una pentola attraverso mille segnali che ci ostiniamo a non vedere, a leggere altrimenti, a mettere in un sacchetto nel ripostiglio per evitare il doloroso confronto con la realtà. Gli amori impossibili sono quelli che non hanno una storia o ce l’hanno a metà, allora nel rimanervi aggrappati ne scriviamo noi una tutta intera, dando alle cose i nomi che riusciamo a tollerare o quelli che vorremmo, sacrificando così bocconi di vita e di sguardo al bisogno di restare in quel limbo che non muta o nell’illusione che muterà. Questo fa dolere l’anima oltre misura, invade la mente e si infila in tutti gli interstizi della quotidianità. Quello che genera è una sofferenza che spesso diventa parte della nostra identità, insieme a un sentire acuto che, in qualche modo nascosto, culla delle parti di noi: così accade quando una forza misteriosa al nostro interno preferisce un dolore conosciuto al lasciare andare che può condurre al cambiamento. Quel dolore diventa un compagno scomodo di cui però conosciamo ogni ruga e tra le sue pieghe ci rifugiamo con l’idea che là fuori null’altro ci sia per cui valga la pena aprire il cuore. Come funzionano gli amori impossibili? Gli amori impossibili germogliano sul terreno dell’idealizzazione: l’altro diventa lo scrigno in cui sono custoditi i tesori più preziosi, la pasta madre della parte migliore di noi, l’unico in grado di farci sentire in quel modo speciale. Perdiamo di vista il nostro contributo alla relazione perché è dalle mani dell’altro che si libera la polvere d’oro che tutto incanta e che fa risplendere anche noi. Non ne vediamo i limiti e quando li vediamo eccoli diventare piccolissimi, trascurabili, anche quando il limite più grosso è la mancanza di reciprocità, ingrediente senza il quale nessuna storia può esistere. Niente come un amore impossibile ci porta a mutare le dimensioni e i significati delle cose, così anche la reciprocità, che per definizione è un concetto stabile che c’è o non c’è, può essere porzionata come una torta ed esistere nel tempo passato con l’altro per poi sparire insieme alla possibilità di futuro quando lui o lei conduce la sua vita altrove. E se di torta non ce n’è neanche una fetta perché l’altro non è interessato, noi ipotechiamo il futuro dicendoci che prima o poi capirà, la lascerà, cambierà idea. E quando l’anima è avviluppata in un assoluto inconfutabile nulla può reggere il confronto, le altre possibilità non esistono, si perdono nella loro imperfezione di cose che si trascinano come tutti il loro zaino di mancanze, le loro calze bucate, la loro dose innegabile di realtà. Che poi forse questo vedere l’altro così speciale fa brillare anche noi di luce riflessa, noi che in quei momenti mettiamo il nostro diritto di esistenza nei suoi occhi e se quegli occhi non ci vedono ci sembra di non esserci più. Cosa raccontano gli amori impossibili? Gli amori impossibili spesso sono una fuga dall’amore o almeno da quello maturo e reale, perché di fatto ciò che generano è l’impossibilità dell’amore, il prendere briciole vissute o immaginate, rimanendo così a distanza dall’incontro con l’altro nella sua (e nella nostra) talvolta scomoda interezza. Questi coinvolgimenti spesso molto intensi ci alimentano con le loro scosse di adrenalina, esasperano il desiderio con la loro irraggiungibilità, ci seducono con incursioni articolate nei sentieri dell’illusione, dove tutto è possibile forse proprio perché nulla lo è. Si agganciano alle narrazioni infantili sull’anima gemella, sull’altra metà perfetta della mela che si incontra una sola volta nella vita perché una sola ne esiste. Non lo si dice e talvolta non lo si sa, ma anche la sofferenza crea dipendenza, sussurra alle parti di noi che fanno fatica e che maggiormente resistono al cambiamento quello vero, alimentando le fantasie onnipotenti in cui noi cambiamo il mondo fantastico in cui ci siamo abituati a rifugiarci. Lasciare andare tutto questo significa essere pronti ad abitare un mondo in cui la legge dei rapporti non è l’idealità ma l’ambivalenza, uscendo dalla dimensione archetipica delle fiabe fatte di principi azzurri buoni e di streghe cattive. Significa essere pronti ad atterrare in un mondo permeato dai grigi con cui tutti dobbiamo fare i conti se scegliamo di togliere gli occhiali colorati che spartiscono le fazioni e esasperano gli opposti. Che alcune parti di noi siano rimaste lì non è una colpa, che il dolore diventi una scomoda ma rassicurante certezza non fa di noi persone poco desiderabili, quello che facciamo non è un tracciato che ci si può imporre dall’oggi al domani seguendo i meme che inneggiano al lasciare andare come fosse mangiar caramelle. Come uscirne? Una buona domanda da porci quando rimaniamo incastrati in queste situazioni è chi stiamo cercando di convincere del nostro essere meritevoli di amore, da chi desideriamo davvero essere visti. Perché le relazioni di oggi sono spesso il tentativo di cambiare la storia, quella che sta nel passato e di cui magari non abbiamo consapevolezza. Lì non ci siamo riusciti, così speriamo di farcela nel presente, perché forse non abbiamo mai smesso di vederci come eravamo allora. Certo, comprendere la nostra storia non basta a a cambiare le cose, ma è un primo passo che aiuta a entrare in contatto con i bisogni profondi che muovono le nostre azioni in modo inconscio.Spesso per fare questo occorre un aiuto, perché quando tendiamo a farci agire dalla nostra coazione a ripetere, sono in campo forze che esulano dalla nostra volontà. Bisognerà prendersi

Perché litighiamo sempre? La fatica di non trovarsi

Cuoriforme Perché litighiamo sempre? La fatica di non trovarsi ** Photo by Aaron Burden on Unsplash ** La vita di coppia può diventare molto difficile quando ci sono conflitti frequenti, che sembrano ripetersi all’infinito. Che il cuore dei litigi sia la disponibilità reciproca, il denaro, l’educazione dei figli, la sessualità, in genere è possibile rintracciare uno schema ricorrente che fa vivere i problemi come irrisolvibili, perché ci sentiamo intrappolati, come se girassimo in tondo senza via d’uscita.Questo succede perché viene a mancare la sintonizzazione emotiva: ci muoviamo su binari paralleli che non si incontrano mai e per quanto il desiderio di amare ed essere amati ci porti a scegliere di rimanere nella relazione, è sempre più difficile confidare in un cambiamento.Guardando più nel profondo però possiamo accorgerci che sotto alle emozioni che vediamo in superficie, come la rabbia, o il distacco, c’è un mondo nascosto fatto di emozioni legate ai nostri bisogni di attaccamento: esse ruotano intorno ai temi del sentirsi non visti, non compresi, rifiutati o criticati dall’altro. A questo si accompagnano tante paure, perché essere disconnessi da chi amiamo evoca sempre il fantasma dell’abbandono e della perdita della relazione. Davanti a questa paura, al percepire l’altro come non disponibile e la relazione come a rischio, quello che facciamo è mettere in atto dei comportamenti e dei modi di reagire che hanno lo scopo di proteggerci.  Il ciclo negativo: una trappola perpetua La domanda che abita l’anima di tutti noi rispetto alle relazioni importanti e che ha radici nel cuore da quando nasciamo a quando moriamo è, come spiega Sue Johnson: “ci sei per me?”. Essere incerti sulla risposta dell’altro genera reazioni di panico, che si attivano nelle parti più antiche del nostro cervello e che ci possono far muovere lungo due direzioni a seconda del nostro personalissimo modo di essere con l’altro e di vivere le relazioni.La prima è la caccia: “mi sembra che tu non ci sia, ti sento lontano, non sento la tua presenza e allora ti inseguo, ti chiedo risposte, incalzo perché ho bisogno di avere delle conferme che quietino la mia ansia di non essere visto o vista, di essere abbandonata o abbandonato”.La seconda è il ritiro: “mi sento inadeguato o inadeguata, leggo delle critiche nelle tue parole e allora mi chiudo, così da far finire il conflitto il prima possibile e non sentire più le emozioni negative nella pancia. Se mi tiro via, finisce prima. Se mi tiro via, sento che la relazione è meno in pericolo”. È facile immaginare cosa possa accadere nell’incontro-scontro tra queste modalità: si generano dei circoli viziosi. Se per esempio una coppia è formata da un partner che dà la caccia è uno che tende a ritirarsi, più uno incalza, più l’altro si ritira e più cresce il senso di non capirsi e di non essere capiti. Ciascuno cerca di salvare la relazione nell’unico modo che conosce e interpreta le reazioni dell’altro con le proprie lenti, partendo dal proprio funzionamento: si legge la superficie del comportamento e le emozioni più profonde rimangono nascoste. L’aspetto più rilevante è che per ciascuno prende corpo ciò che teme maggiormente, cioè la percezione del fatto che l’altro non ci sia.  Cosa accade nel lungo periodo? Questi cicli di interazioni negative possono diventare estenuanti. Rimanervi intrappolati per lungo tempo porta alla perdita della speranza: ciascuno si ritira nel proprio piccolo mondo freddo e pieno di silenzio. L’impotenza e la non risposta, il continuare a non capirsi creano rassegnazione. Ma come possiamo vivere senza amore? La relazionalità fa parte del nostro essere, è l’elemento fondativo di ciò che siamo fin da prima della nascita (uno studio molto bello citato da Ammaniti mostra che tra feti gemelli i movimenti comunicativi rivolti da un fratellino all’altro sono superiori ai movimenti afinalistici o fatti verso di sè). Questa perdita di speranza segna allora l’inizio della fine: è molto difficile che la relazione sopravviva se nessuno sente più possibile assumersi un rischio, andare verso l’altro, aprire una feritoia su quello che si vorrebbe e che si sta perdendo così da incontrarsi si nuovo. Ci si mette al riparo e ci si fa trasportare dalla corrente.  Di chi è la colpa? In situazioni di conflitto è facile pensare che la responsabilità o la colpa del fatto che la relazione sia in sofferenza debba essere attribuita all’altro: se solo cambiasse, se solo reagisse diversamente, le cose andrebbero meglio. In realtà ciò che accade all’interno di una relazione è sempre frutto di una dinamica che riguarda entrambi i partner. Il modo che abbiamo di reagire alla perdita di connessione emotiva non determina una colpa e non c’è un modo migliore di un altro di proteggersi, premesso che da questo discorso sono escluse le reazioni violente. Le nostre modalità raccontano una storia di vita, dicono dell’immagine che abbiamo di noi, dell’altro e di noi insieme all’altro. Parlano delle aspettative che custodiamo dentro e di come ci muoviamo per far sì che diventino reali. Esse mettono in luce il rapporto che abbiamo con le nostre emozioni e con quelle altrui: se le esprimiamo in modo intenso, a volte disperato, per assicurarci che vengano sentite o se le nascondiamo per il timore delle conseguenze che potrebbero generare con il rischio che da fuori veniamo percepiti come distanti e disinteressati. Se iniziamo a guardare alle relazioni a partire da questi presupposti, ecco che il tema della colpa viene meno e si apre quello della conoscenza del mondo interiore, che è unico e diverso per ciascuno. È possibile uscire da questi cicli? Ritrovare la connessione emotiva imparando a non attivare i cicli negativi è un lavoro di apertura e di profondità, di impegno e di recupero della speranza. Le cose possono cambiare e lo fanno nel momento in cui accediamo a un’esperienza emotiva nuova nel nostro stare con l’altro. A volte per costruire questa nuova modalità è necessario ricorrere a un aiuto esterno, perché si tratta di processo interiore che richiede un ambiente sicuro in cui fare tana e aprirsi, con una mente che contiene la coppia

Perché ci innamoriamo proprio di quella persona? Uno sguardo junghiano

Cuoriforme Perché ci innamoriamo proprio di quella persona? Uno sguardo junghiano **Foto di Giui illustrata da Segui le briciole** Innamorarsi: un terremoto per l’anima Innamorarci può essere un’onda che ci avvolge e ci trasporta in un altrove in cui il pensiero dell’altro si fa spazio in ogni angolo della mente e qualunque altra cosa sembra sbiadire. I desideri risuonano nel corpo e nel cuore e le emozioni si polarizzano, così gioia, euforia e timore occupano il nostro spazio interno tutte nello stesso momento. Anche il cervello partecipa all’ingresso di Eros nella nostra vita con le sue variazioni chimiche di cui sentiamo gli invisibili ma potentissimi effetti. Innamorarci riapre il cuore al possibile, attiva fantasie legate al futuro, ma al contempo è un’esperienza che può riportarci in contatto con ciò che abbiamo vissuto nel passato. Soprattutto se nella nostra storia ci sono ricordi di relazioni complesse, difficili o infelici, il fantasma della ripetizione inizia ad aleggiare intorno al presente e i nostri automatismi si preparano a riprodurre il conosciuto. Questo accade perché nelle relazioni sono coinvolti modi di sentire e di agire in larga parte inconsci, depositati nelle trame della famiglia da cui veniamo e nei modelli entro i quali siamo cresciuti. Più siamo inconsapevoli delle nostre emozioni, delle nostre caratteristiche e delle nostre modalità, più alta è la probabilità di essere agiti dai nostri stati affettivi e di innamorarci di persone con aspetti vicini a quelli di chi abbiamo frequentato in passato, ricavandone sofferenza. Le relazioni però, se attraversate con consapevolezza, sono anche un grande campo di trasformazione ed è per costruire questa consapevolezza che occorre osservarsi e farsi tante domande sul proprio mondo interiore. Archetipi e innamoramento: maschile e femminile dentro di noi Secondo Jung nella nostra psiche esiste uno strato chiamato inconscio collettivo nel quale abitano gli archetipi, che potremmo descrivere come le possibilità innate della nostra mente di dare forma ai vissuti, alle emozioni e alle esperienze secondo determinati schemi. Questi schemi, simili agli istinti, si ritrovano in tutto il mondo e in tutte le epoche e possono essere definiti come universali. Gli archetipi sono in sé inconoscibili, ma quello con cui possiamo entrare in contatto sono le immagini a cui danno vita. Si tratta di immagini simboliche che riescono ad abbracciare i poli opposti delle esperienze condensandoli, perché ogni archetipo ha sempre al contempo una dimensione creativa e una distruttiva. Animus e Anima sono gli archetipi che rappresentano dentro ciascun essere umano il maschile e il femminile. Nella teoria junghiana ogni individuo custodisce al proprio interno dimensioni psichiche di entrambi i generi, a prescindere dal sesso a cui appartiene. Quel che accade è che mentre facciamo esperienza conscia delle caratteristiche di uno di questi due archetipi, l’altro viene progressivamente relegato nell’’inconscio e ci rimane in ampia parte sconosciuto. Jung, molto (o meglio troppo) in linea con lo spirito del tempo in cui viveva, aveva individuato nell’Anima gli aspetti di ricettività, sentimento, relazionalità e nell’Animus gli aspetti di pensiero, logica, azione abbinandoli rispettivamente al femminile e al maschile. Oggi sappiamo che queste caratteristiche risultavano così suddivise principalmente a causa delle pesanti influenze culturali che condizionavano l’espressività degli individui e possiamo dire che non necessariamente l’archetipo conscio coincide con l’appartenenza di genere: si tratta di codici interiori, di funzioni psichiche e non di suddivisione nette. Una donna potrebbe essere consciamente molto identificata con l’Animus e avere la dimensione d’Anima inconscia e viceversa. Dentro di noi c’è ogni cosa, sono le traiettorie della vita, della società e le nostre predisposizioni innate a far sì che la nostra alterità sia più o meno vissuta o relegata in zone della mente lontanissime dalla coscienza. Dato che però il nostro Sé tende alla totalità, le parti di noi che ci sono ignote trovano le strade più varie per farsi conoscere e guidarci verso quell’intero a cui la psiche aspira. L’incontro con l’altro Una delle vie che la psiche traccia per ritrovare le parti nascoste o sconosciute di sé è la proiezione: ciò che di noi ci è estraneo, ciò che sentiamo mancante perché troppo distante dall’Io per stabilirvi un contatto, viene inconsciamente proiettato sulla persona di cui ci innamoriamo. Certo quella persona deve avere in sé degli aspetti a cui la proiezione possa effettivamente agganciarsi, ma ciò che accade è che in lei vediamo aspetti nostri non riconosciuti. La possibilità di essere accuditi perché non ci percepiamo in grado di accudirci, la sicurezza che non sappiamo offrire a noi stessi e che pensiamo possa derivarci solo dall’altro, la capacità di essere liberi o al contrario molto strutturati, delle particolari facoltà intellettuali o creative: l’altro diventa portatore di pezzi di noi ed è l’incontro con questa alterità a generare l’innamoramento. Se la nostra Anima incarna gli aspetti consapevoli della nostra psiche, l’altro sarà portatore delle qualità del nostro Animus e viceversa. Questo è il meccanismo che ci porta molto spesso a vedere nell’altro non proprio quel che c’è, ma quel che vorremmo ci fosse o che ci fa innamorare di alcuni aspetti del suo essere che ci sembrano meravigliosi, facendocene invece trascurare altri che nel bilancio complessivo sarebbero altrettanto importanti se non di più per capire davvero chi abbiamo davanti. La nostra psiche, che si muove nel mondo secondo una logica tutta sua, vede, amplifica, nasconde parti della realtà secondo criteri che a volte riusciamo a scoprire solo a posteriori. Come di formano l’Animus e l’Anima: l’imago L’archetipo del femminile o del maschile che portiamo nell’inconscio è come un nucleo che attrae molte immagini affettivamente significative di segno positivo e negativo. Le nostre esperienze personali con le prime figure femminili o maschili che abbiamo incontrato (in genere i nostri genitori) contribuiscono a creare l’imago del femminile e del maschile nella sua forma personale e diversa per ciascuno. Tale imago verrà anche nutrita dalle rappresentazioni collettive sedimentate nei secoli nella coscienza e nell’inconscio collettivi, alimentate dalla nostra immaginazione archetipica. Sia la famiglia che la società, così come le nostre caratteristiche personali, hanno quindi un ruolo nel costruire le narrazioni che più o meno

La crescita infinita e il ritorno dei Titani

Cuoriforme La crescita infinita e il ritorno dei Titani **Foto di Giui illustrata da Segui le briciole** Ho lasciato una casa molto grande per una piccolissima. Nella casa grande mi sentivo un po’ persa, ne usavo solo una parte ed ero come appoggiata, sempre di passaggio, in attesa di mettere radici in un altrove ancora sconosciuto. Negli anni, dopo molti traslochi e un lungo lavoro per riuscire a fare tana dentro me stessa, ho trovato il luogo in cui fermarmi: minuscolo, un po’ fuori dal mondo, intimo e selvatico al contempo. Questo luogo è uno specchio perfetto, l’esito individuativo dell’aver capito che per la mia interiorità piccolo è bello e che le sirene della crescita infinita non sono per me. Non lo sono nel lavoro e non lo sono nella vita. Nella mia tana accolgo un numero di pazienti più piccolo di altri colleghi e lo faccio perché così posso garantire a ciascuno il giusto spazio nella mia mente. Se la mia mente fosse troppo affollata, il mio lavoro funzionerebbe male, io mi sentirei sovraccarica e farei molta fatica. In un lavoro in cui gli strumenti sono la tua psiche e il tuo cuore, devi imparare ad avere la massima cura. Devi imparare a dire di no, anche se con grande dispiacere e devi conoscerti molto bene. L’orientamento al titanismo Comprendere che il proprio limite è la porta per l’equilibrio e il benessere richiede un lavoro di ascolto interiore, perché noi tutti tendiamo a vivere immersi nell’imperativo della crescita. Che sia economica, professionale o personale sembra si debba aspirare sempre a un di più che entra nella nostra lista dei desideri, spesso senza esserci fermati a chiederci se è quel che vogliamo davvero, se ne abbiamo bisogno. Farlo potrebbe aiutarci a comprendere che forse, non sapendo quello di cui abbiamo bisogno, tendiamo a prendere in prestito il pensiero collettivo e a farlo nostro, paragonando le nostre vite a quelle di chi ha molto più di noi e sentendoci inadeguati. Il mondo esterno sostiene questa attitudine nel suo essere costantemente orientato al titanismo.  Attirati come gazze da ciò che luccica di più Come scrive Hillman, nella nostra epoca tutto è super: i supermercati (poi diventati ipermercati), le superstrade, le superpotenze e anche noi vogliamo essere super, attirati come gazze da ciò che luccica di più, dalle vite perfette che vediamo esposte sui social, dai fatturati mirabolanti, dalle pagine piene di follower a cui aspiriamo per la loro funzione di specchio narcisistico portatile a cui ricorrere quando la nostra immagine interna vacilla. Ma pensare che quella sia la risposta alla fame d’altro che ci lascia buchi nella pancia è solo un’illusione: ci sarà sempre un’altra meta, una nuova ambizione da soddisfare, un di più da raggiungere e questo perché sotto c’è un tema profondo e nessun tema profondo può trovare soluzione nella dimensione puramente concreta della vita. Esistono infinite possibilità di essere nel mondo e infinite misure della realizzazione: se non comprendiamo quale sia la nostra, rischiamo di prendere in prestito quelle altrui e di ritrovarci ad agognare le stanze di un castello che rimbomba, non sentendo che la nostra anima vorrebbe solo guardare il tramonto dall’abbaino di una piccola mansarda. Continua a esplorare La crescita infinita e il ritorno dei Titani L'archetipo dell'Ombra: le nostre parti oscure Chirone e l'archetipo del guaritore ferito Maschere e mascherine: una questione archetipica? Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Colloqui online: come si cambia nella vita

Cuoriforme Colloqui online: come si cambia nella vita **Photo by Myrto Photography** Diversi anni fa ebbi una discussione piuttosto accesa con una collega più giovane che sosteneva di essere molto aperta rispetto alle terapie via Skype, perché facevano risparmiare tempo ai pazienti. All’epoca, prima della metamorfosi junghiana che mi ha portata a mettere in dubbio tante delle certezze che avevo, faticavo ad accettare questa motivazione. Ero legata a una visione molto ortodossa del mio lavoro e ritenevo che anche prendere il giusto tempo per andare a fare la propria seduta facesse parte dell’investimento che si fa su di sé e del valore che si attribuisce al percorso che si intraprende. Poi il mondo è cambiato e soprattutto sono cambiata io. Tuttora penso che vivere la terapia solo come un ritaglio di tempo da incastrare alla bell’e meglio tra mille altri impegni possa togliere qualcosa a uno spazio che merita cura e pensiero, ma ho scoperto quanto lavorare online possa essere prezioso e quanto io senta affine questa modalità al mio modo di essere, così aver avuto in questi mesi la possibilità di avviare percorsi con persone che abitano in tutta Italia o che si trovano all’estero è stata un’esperienza che mi ha fatto nascere il desiderio di orientarmi sempre più in direzione di una ‘tana volante’. Certo ci sono tanti aspetti da considerare: Il corpo non è lì, le vibrazioni che emana arrivano filtrate dallo schermo e forse a volte si smarriscono, così come i piccoli segnali non verbali che rischiano di sfuggire. Questo mi fa pensare a quanto sia importante affinare la capacità di ‘sentire’ l’altro, di leggerlo nonostante la distanza. Allora si colgono le variazioni del colore della pelle, gli occhi che diventano lucidi, la gola che deglutisce più forte e si impara a chiedere se ciò che si scorge c’è davvero e a farsi aiutare ancor di più dall’altro a co-costruire quello stare insieme che è la matrice del cambiamento. Il silenzio pesa di più, nel lavoro online si è più portati a riempire, a saturare, come se il tempo fermo pesasse il doppio. Allora ci si osserva e ci si interroga sulla nostra fatica a stare con quel vuoto di parola che in presenza assume sfumature che a distanza sono difficili da vedere. L’intimità si colora in modo nuovo, acquista orizzonti diversi. In studio c’è quell’aprire la porta, quel camminare insieme verso il divano che accorcia le distanze, quel salutarsi sulla soglia sapendo l’altro lungo strade conosciute. Online si entra nella casa dell’altro, si vedono i suoi animali, a volte un bimbo fa capolino, si è nello spazio privato non solo interno ma esterno e lo sguardo arriva dove di solito non può spingersi. Allora si deve imparare a immaginare l’altro insieme a tutti questi elementi, nel grande rispetto per quelle dimensioni così riservate che si schiudono ai nostri occhi. La tutela del setting non è più solo compito del terapeuta, che offrendo il suo studio predispone per l’altro un contenitore sicuro e protetto: online il paziente deve costruire quell’ambiente sicuro da solo, è chiamato a disegnare il proprio spazio, a tutelarlo e questo non per tutti è scontato, immediato, possibile, ma può essere un allenamento importante che quando ci sono fatiche sui confini passa progressivamente da protezione dello spazio esterno a protezione di quello interno.   Oltre a tutto questo ci sono i tratti di personalità, che per alcune persone possono rendere la mediazione dello schermo molto difficile da sostenere o al contrario particolarmente agevole. Nella mia esperienza da paziente online e da psicologa online posso dire che i momenti di commozione e di profonda vicinanza non si perdono, che l’altro si sente intensamente anche attraverso un pc e che forse adesso che la ricerca ci ha confermato che l’efficacia dei due metodi è equivalente, possiamo davvero scegliere in base a ciò che sentiamo nel profondo e al/alla professionista che ci fa risuonare dentro corde buone. Continua a esplorare Colloqui online: come si cambia nella vita Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell'anima Chirone e l'archetipo del guaritore ferito Parlare per immagini per capire cosa abbiamo nel cuore Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

L’archetipo dell’Ombra: le nostre parti oscure

Cuoriforme L’archetipo dell’Ombra: le nostre parti oscure **Photo by Martino Pietropoli on Unsplash** L’Ombra, che è in ampia parte inconscia, abbraccia tutto ciò che di noi non riusciamo a vedere. È un contenitore oscuro di pensieri, sentimenti, attitudini, modi di essere e comportamenti che ci portiamo dentro, ma che non conosciamo. Il fatto che ci siano sconosciuti dipende da due fattori: Il primo è che si tratta di aspetti che per la nostra coscienza sono inaccettabili e quindi vengono rifiutati e schiacciati giù nell’inconscio Il secondo è che magari riguardano parti della nostra personalità che non si sono ancora sviluppate e di cui quindi non abbiamo consapevolezza. Esse giacciono nell’Ombra finchè non diventano abbastanza mature da venire alla luce. Tutto ciò che è incompatibile con l’immagine di noi che la nostra coscienza riconosce e con cui ci identifichiamo viene relegato in questo lato buio, che cammina costantemente dietro di noi anche se non lo vediamo. Così la nostra coscienza ci convince che noi conosciamo noi stessi, mentre c’è un continente sommerso di cui non abbiamo idea. Ma come si forma l’Ombra? Fin da molto piccoli siamo immersi in un contesto relazionale e sociale che presenta regole non scritte su quali comportamenti, emozioni e pensieri sono accettati oppure no. I bambini assorbono i messaggi che gli adulti veicolano e molti di questi messaggi sono impliciti, perché legati ad aree a loro volta inconsce nell’adulto. Se un bambino ad esempio viene investito dal genitore di grandi aspettative e viene molto valorizzato per le sue qualità positive, quel bambino porterà dentro l’idea che per garantirsi l’amore del genitore dovrà sostenere il livello di perfezione che da lui ci si attende. Potrà quindi diventare un bambino modello, relegando nell’Ombra le istanze di ribellione e gli slanci aggressivi che non sarebbero compatibili con l’immagine di cui l’altro l’ha vestito. Allo stesso modo un bambino che per garantirsi la vicinanza del genitore adotta comportamenti esplosivi, si identificherà presto con il ruolo del “bambino cattivo” spostando nell’Ombra le sue parti più quiete, perché queste, non avendo trovato risposta, vengono considerate parti deboli da tenere nascoste.  Allo stesso modo in un contesto che esalta i valori di assertività, forza e resistenza, gli aspetti più delicati o insicuri dell’anima potrebbero essere relegati in quest’area negletta. Secondo Jung la caratteristica principale dell’Ombra è quella di essere proiettata: spesso ciò che negli altri ci irrita o ci genera rifiuto rispecchia delle parti di noi misconosciute o che inconsciamente temiamo di avere pur considerandole deplorevoli. Questa prospettiva può aiutarci a riflettere sulle reazioni che abbiamo davanti agli altri, così che la nostra emotività o i nostri pensieri diventino una guida nell’esplorazione dell’Ombra. Provare a cogliere nel nostro mondo interno ciò che negli altri ci disturba tanto può essere un modo nuovo per conoscerci e interrogarci rispetto alla propensione al giudizio che ci caratterizza, ampliando così il campo della nostra consapevolezza. Continua a esplorare La crescita infinita e il ritorno dei Titani L'archetipo dell'Ombra: le nostre parti oscure Chirone e l'archetipo del guaritore ferito Maschere e mascherine: una questione archetipica? Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima]

Cuoriforme Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima] Il trauma è una ferita dell’anima. Lo dice la sua etimologia, lo ribadisce l’incontro con i bambini dalle infanzie infelici che vedo tutte le settimane, lo confermano le storie degli adulti che si fanno accompagnare ad incontrare con dolore queste parti di cuore non cicatrizzate. In tutto questo c’è una dimensione profondamente personale, perché il trauma non è nell’evento, ma nel fatto che davanti a quell’evento la nostra anima si sente messa al muro, impotente, senza risorse e con una sofferenza e una paura troppo grandi per essere pensate. Allora dentro di noi si spezza qualcosa e l’evento rimane bloccato in un’area della mente senza riuscire a proseguire il proprio cammino verso quelle zone del cervello che si occupano di elaborare, integrare, digerire l’esperienza. Rimane bloccato nella mente e imprigionato nel corpo come congelato, così avremo emozione senza ricordo o ricordo senza emozione. Il tema del trauma è così complesso che potremmo immaginarlo come un albero dai molti rami: oggi consideriamo quelli che io chiamo i traumi-valanga. Li immagino così perché sono tutti concentrati in un unico episodio. Nel grande contenitore dei traumi-valanga vengono distinti i traumi più piccoli, che fanno parte del quotidiano e nascono da episodi che ci feriscono profondamente, come trovarci esposti a un’umiliazione senza che nessuno intervenga per proteggerci e traumi più grandi come una violenza, un terremoto, un disastro naturale, un incidente. Già qui però eccoci di fronte a un’ulteriore diramazione, perché alcuni di questi episodi sono di tipo ambientale e altri nascono invece nella relazione tra esseri umani. Se gli eventi ambientali possono segnarci perché imprevisti e spaventosi, quelli relazionali implicano la violazione della fiducia nell’umano che ci consente di muoverci nel mondo con un medio senso di sicurezza negli altri. Non è la natura a volgersi contro di noi, è un altro che con noi condivide lo statuto ontologico, è un altro come noi a farci del male. Il segno che tutto questo lascia nella nostra anima, con le risposte che raccontano il forte stress che ha subito, è una risposta normale a situazioni estreme. L’esperienza, non riuscendo a farsi passato e non lasciandoci andare verso il futuro, continua a tornare e ci blocca in un presente che non va via e ci travolge di nuovo ogni volta che qualcosa nell’ambiente ci ricorda quel che abbiamo passato. Allora ci sentiamo come se tutto stesse accadendo di nuovo, qui e adesso. Scongelare i ricordi o le emozioni e tornare a sentirsi al sicuro non è semplice. Occorre attraversare il trauma, spesso partendo dal corpo, che tutto conserva e tutto sa anche quando la mente fatica a ritrovarsi. Da lì, dopo un percorso profondo di lavoro su di sé, si può gradualmente riappropriarsi del tempo e della vita, rendendo narrabile l’indicibile. Continua a esplorare Gli amori impossibili Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima] Raccontare l'amore: la coppia e i bambini interiori La solitudine: fughe, ferite, creatività Come stare accanto a qualcuno che soffre Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Raccontare l’amore: la coppia e i bambini interiori

Cuoriforme Raccontare l’amore: la coppia e i bambini interiori Quando una coppia si forma non sono mai due sole entità ad entrare in contatto: ci sono due Io, ma anche due inconsci che iniziano a dialogare. Dentro gli inconsci abitano i bambini che i due innamorati sono stati, con i loro bisogni, i loro desideri e le loro emozioni, di cui c’è poca o nessuna consapevolezza. Questo complica le cose, perché mentre sul piano cosciente dell’incontro le cose possono andare abbastanza lisce, gli inconsci spesso portano un po’ di scompiglio. Ora i bambini interiori possono avere diverse rappresentazioni di cosa significa stare in relazione con l’altro: le hanno costruite fin da piccolissimi e le riattivano ogni volta che si trovano in un rapporto che diventa importante. La teoria dell’attaccamento ce ne racconta quattro tipi, così dentro di noi sappiamo che può abitare: un bambino sicuro, che sa di avere un valore e ha fiducia che l’altro c’è e ci sarà. Questo bambino permette all’adulto che lo porta dentro di coltivare la propria crescita personale e quella della coppia senza vivere questo come minaccia. Lascia spazio e morbidezza tra sé e l’altro, così che tutti i semi che arrivano da dentro e da fuori possano germogliare;  un bambino evitante, che sente che è meglio non avere bisogni e non sentire le emozioni, perché tanto se chiede è convinto che l’altro non risponderà, quindi è meglio tenersi a distanza e congelare ogni cosa. Questo bambino porta l’adulto che lo ospita a chiudersi in sé, a evitare le discussioni e se avvengono a trincerarsi dietro un muro che viene scambiato per disinteresse, quando invece è un ritiro difensivo, ma che fa dire all’altro: “non mi rispondi, mi sembra di parlare da solo”; un bambino ambivalente, che sente che l’altro c’è un po’ sì e un po’ no, quindi vive e manifesta le emozioni in modo forte, nella speranza di tenerlo vicino. In fondo è arrabbiato e spaventato perché vive l’eterna incertezza della relazione. Questo bambino abita un adulto che vive le relazioni con il bisogno di stare sempre insieme, di condividere tutto, perché il desiderio di autonomia dell’altro viene subito sentito come una forma di abbandono. Chiede continue rassicurazioni: “Ma tu mi ami? Non mi vuoi lasciare, vero?” e quando si discute vorrebbe confrontarsi all’infinito, perché se l’altro si tira via, arriva il terrore che il rapporto possa finire; un bambino disorganizzato che rimbalza tra la vicinanza e il distacco in preda alla paura, perché l’altro lo spaventa, ma al contempo non può farne a meno. Questo è il bambino più sofferente, con le cicatrici più profonde, che da adulto oscillerà nelle relazioni rischiando di diventare molto respingente e molto controllante allo stesso tempo. In genere si porta nel bagaglio una storia traumatica difficile da elaborare.    Comprendere com’è il nostro bambino interiore è il primo passo per accorgerci dei bisogni e delle emozioni che portiamo nelle coppie che costruiamo. Questo può aiutarci anche a capire perché a volte reagiamo in modo forte a ciò che l’altro fa, pur rendendoci conto che forse la nostra risposta è esagerata. Quando accade è il nostro bambino che si muove, si fa sentire, chiede di essere guardato. Prendercene cura significa in primo luogo imparare a conoscerlo. Continua a esplorare Gli amori impossibili Perché litighiamo sempre? La fatica di non trovarsi Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima] Raccontare l'amore: la coppia e i bambini interiori La solitudine: fughe, ferite, creatività Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell’anima

Cuoriforme Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell’anima Quando accolgo una persona per l’inizio di un percorso, mi accorgo che spesso tra i primi pensieri che condivide c’è un forte giudizio su di sé e sui propri vissuti, con l’idea che avrebbe dovuto capire prima, agire diversamente, essere altro. Io parto invece dal presupposto che la nostra anima in ogni momento della vita fa sempre il meglio che può con quello che ha e che quindi qualunque cosa abbiamo fatto o sentito non sarebbe potuta essere che così. La nostra anima ci protegge da mali peggiori, ci difende anche quando non riusciamo a capire perché ci spinge verso direzioni che ad un certo punto ci fanno soffrire. Dove sta l’inghippo? Perché se stiamo male, è naturale pensare che qualcosa non sia andato per il verso giusto. Il problema potrebbe essere spiegato così: quando un meccanismo di difesa prende vita, è perché ne abbiamo bisogno. In quel momento ci serve per sopravvivere e la mente lo utilizza a proposito: le serve, se no usciremmo da quella situazione con le ossa rotte. Quando la situazione si modifica però, perché passa il tempo e noi cresciamo e cambiamo, non è scontato che quelle difese che abbiamo messo in campo si spengano naturalmente. Anzi spesso accade il contrario: rimangono attive o allertate, pronte a entrare in funzione non appena le nostre antenne captano dei segnali che ci riportano al tempo in cui sono nate. Così soffriamo, perché restiamo intrappolati in modi di stare nel mondo che se prima erano indispensabili, adesso ci tengono ancorati al passato e non ci servono più. Accade allora che se per esempio siamo cresciuti in un contesto in cui ai nostri bisogni non è stato dato valore e gli altri si sono messi sempre al primo posto, è molto probabile che in quella parte nascosta e profonda della mente che conserva i ricordi senza parole, noi abbiamo depositato l’idea che quando una relazione si fa più stretta i nostri bisogni saranno in pericolo. Così, a prescindere da chi abbiamo davanti, li sacrificheremo noi per primi o manterremo sempre una distanza di sicurezza per proteggere quel nucleo interiore già molte volte ignorato. Capire che dentro al nostro modo di reagire ci sono infiniti mondi è il primo passo per trasformare il giudizio spesso senza appello che riserviamo a noi stessi in curiosità. In un percorso terapeutico è un passaggio fondamentale, ma lo è anche in ogni storia di vita. Darsi il beneficio del dubbio e iniziare a generare interrogativi è un modo molto potente di prendersi cura di sé. Allora il nostro essere nel mondo può diventare una ricerca interiore che abbraccia tutto ciò che accade nel corpo, nel cuore e nella mente con quella epochè di cui parlavano i fenomenologi, la sospensione del giudizio che fa spazio alla domanda. E quando arriva la domanda, le nostre antenne iniziano a sensibilizzarsi ai piccoli indizi che arrivano nei sogni, nelle reazioni emotive e in quelle fisiche, gli aiuti più preziosi per capirci di più e trattarci con quella cura amorevole che di solito riserviamo solo agli altri.  Continua a esplorare Colloqui online: come si cambia nella vita Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell'anima Chirone e l'archetipo del guaritore ferito Parlare per immagini per capire cosa abbiamo nel cuore Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Chirone e l’archetipo del guaritore ferito

Cuoriforme Chirone e l’archetipo del guaritore ferito **Photo by Tri Wisnu Hadi on Unsplash** Chirone era un centauro, essere mitologico metà uomo e metà cavallo, che a differenza dei suoi simili aveva un animo buono e saggio. Era esperto nell’arte medica e generoso nel condividere il suo sapere, tanto da essere stato il precettore di Asclepio, futuro dio della medicina. Un giorno venne colpito per sbaglio dalla freccia avvelenata dell’amico Eracle: la ferita che gli procurò era molto dolorosa ed essendo incurabile lo avrebbe condannato ad un’eterna vita di patimento, dato che Chirone era un essere immortale. Questo evento fece sì che la sua stessa sofferenza gli diventasse maestra, orientandolo nella ricerca di rimedi per curarla e confrontandolo con il paradosso di essere un guaritore che non poteva guarirsi. Alla fine riuscì a scambiare la propria immortalità con la mortalità di Prometeo, ponendo così termine al vivere e al soffrire. Quando Jung scrive che “Il terapeuta può guarire gli altri nella misura in cui è ferito egli stesso” apre una finestra di luce sulla nostra umanità di terapeuti, che non possiamo pensare di stare davanti alla sofferenza delle persone che accompagniamo senza esserci prima confrontati con la nostra. Io penso che difficilmente arriviamo a scegliere un lavoro come questo se non abbiamo fatto delle incursioni nelle lande buie del dolore interiore, perché la domanda da cui si parte, consapevoli o no, è (quasi) sempre una domanda su di sé. Per questo sono convinta che per stare davanti al dolore degli altri si debba aver attraversato il proprio, nominandolo, masticandolo e fino a dove è possibile digerendolo. Senza questo faticoso processo, che in fondo dura tutta una vita, il contatto che potremo avere con i mostri altrui sarà sempre mediato e difeso dalla paura inconscia che se li facciamo entrare, risveglieranno i nostri. Allora ci terremo a distanza di sicurezza e lavoreremo solo con metà della nostra anima, perché l’altra metà sarà impegnata a proteggersi dagli abitanti del sottosuolo. La radice dell’empatia non è altro che questo: trovare dentro di sé le parti che hanno conosciuto un dolore affine e permettere loro di risuonare con quelle di chi abbiamo davanti. Il processo trasformativo parte da qui, dal sentire insieme, perché anche se le storie di vita sono diverse e diverse sono le difficoltà, quel substrato vasto e comune che è l’inconscio collettivo appartiene a tutti. La ferita inoltre ci protegge dagli eccessi del potere, ricordandoci il nostro stesso limite. Ogni archetipo racchiude due poli opposti, così se il guaritore non raggiunge il suo paziente nel luogo della ferita per il tramite di quella stessa ferita che lui stesso si porta dentro, come potrà poi accompagnarlo ad abbracciare l’altro polo, cioè quello del guaritore interiore che abita ciascuno di noi? Continua a esplorare La crescita infinita e il ritorno dei Titani Colloqui online: come si cambia nella vita L'archetipo dell'Ombra: le nostre parti oscure Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell'anima Chirone e l'archetipo del guaritore ferito Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme