Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima]

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Il trauma è una ferita dell’anima. Lo dice la sua etimologia, lo ribadisce l’incontro con i bambini dalle infanzie infelici che vedo tutte le settimane, lo confermano le storie degli adulti che si fanno accompagnare ad incontrare con dolore queste parti di cuore non cicatrizzate.

In tutto questo c’è una dimensione profondamente personale, perché il trauma non è nell’evento, ma nel fatto che davanti a quell’evento la nostra anima si sente messa al muro, impotente, senza risorse e con una sofferenza e una paura troppo grandi per essere pensate. Allora dentro di noi si spezza qualcosa e l’evento rimane bloccato in un’area della mente senza riuscire a proseguire il proprio cammino verso quelle zone del cervello che si occupano di elaborare, integrare, digerire l’esperienza. Rimane bloccato nella mente e imprigionato nel corpo come congelato, così avremo emozione senza ricordo o ricordo senza emozione.

Il tema del trauma è così complesso che potremmo immaginarlo come un albero dai molti rami: oggi consideriamo quelli che io chiamo i traumi-valanga. Li immagino così perché sono tutti concentrati in un unico episodio. Nel grande contenitore dei traumi-valanga vengono distinti i traumi più piccoli, che fanno parte del quotidiano e nascono da episodi che ci feriscono profondamente, come trovarci esposti a un’umiliazione senza che nessuno intervenga per proteggerci e traumi più grandi come una violenza, un terremoto, un disastro naturale, un incidente.

Già qui però eccoci di fronte a un’ulteriore diramazione, perché alcuni di questi episodi sono di tipo ambientale e altri nascono invece nella relazione tra esseri umani. Se gli eventi ambientali possono segnarci perché imprevisti e spaventosi, quelli relazionali implicano la violazione della fiducia nell’umano che ci consente di muoverci nel mondo con un medio senso di sicurezza negli altri. Non è la natura a volgersi contro di noi, è un altro che con noi condivide lo statuto ontologico, è un altro come noi a farci del male.

Il segno che tutto questo lascia nella nostra anima, con le risposte che raccontano il forte stress che ha subito, è una risposta normale a situazioni estreme. L’esperienza, non riuscendo a farsi passato e non lasciandoci andare verso il futuro, continua a tornare e ci blocca in un presente che non va via e ci travolge di nuovo ogni volta che qualcosa nell’ambiente ci ricorda quel che abbiamo passato. Allora ci sentiamo come se tutto stesse accadendo di nuovo, qui e adesso.

Scongelare i ricordi o le emozioni e tornare a sentirsi al sicuro non è semplice. Occorre attraversare il trauma, spesso partendo dal corpo, che tutto conserva e tutto sa anche quando la mente fatica a ritrovarsi. Da lì, dopo un percorso profondo di lavoro su di sé, si può gradualmente riappropriarsi del tempo e della vita, rendendo narrabile l’indicibile.

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