Perché litighiamo sempre? La fatica di non trovarsi

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La vita di coppia può diventare molto difficile quando ci sono conflitti frequenti, che sembrano ripetersi all’infinito. Che il cuore dei litigi sia la disponibilità reciproca, il denaro, l’educazione dei figli, la sessualità, in genere è possibile rintracciare uno schema ricorrente che fa vivere i problemi come irrisolvibili, perché ci sentiamo intrappolati, come se girassimo in tondo senza via d’uscita.
Questo succede perché viene a mancare la sintonizzazione emotiva: ci muoviamo su binari paralleli che non si incontrano mai e per quanto il desiderio di amare ed essere amati ci porti a scegliere di rimanere nella relazione, è sempre più difficile confidare in un cambiamento.
Guardando più nel profondo però possiamo accorgerci che sotto alle emozioni che vediamo in superficie, come la rabbia, o il distacco, c’è un mondo nascosto fatto di emozioni legate ai nostri bisogni di attaccamento: esse ruotano intorno ai temi del sentirsi non visti, non compresi, rifiutati o criticati dall’altro. A questo si accompagnano tante paure, perché essere disconnessi da chi amiamo evoca sempre il fantasma dell’abbandono e della perdita della relazione. Davanti a questa paura, al percepire l’altro come non disponibile e la relazione come a rischio, quello che facciamo è mettere in atto dei comportamenti e dei modi di reagire che hanno lo scopo di proteggerci.
 

Il ciclo negativo: una trappola perpetua

La domanda che abita l’anima di tutti noi rispetto alle relazioni importanti e che ha radici nel cuore da quando nasciamo a quando moriamo è, come spiega Sue Johnson: “ci sei per me?”. Essere incerti sulla risposta dell’altro genera reazioni di panico, che si attivano nelle parti più antiche del nostro cervello e che ci possono far muovere lungo due direzioni a seconda del nostro personalissimo modo di essere con l’altro e di vivere le relazioni.
La prima è la caccia: “mi sembra che tu non ci sia, ti sento lontano, non sento la tua presenza e allora ti inseguo, ti chiedo risposte, incalzo perché ho bisogno di avere delle conferme che quietino la mia ansia di non essere visto o vista, di essere abbandonata o abbandonato”.
La seconda è il ritiro: “mi sento inadeguato o inadeguata, leggo delle critiche nelle tue parole e allora mi chiudo, così da far finire il conflitto il prima possibile e non sentire più le emozioni negative nella pancia. Se mi tiro via, finisce prima. Se mi tiro via, sento che la relazione è meno in pericolo”. È facile immaginare cosa possa accadere nell’incontro-scontro tra queste modalità: si generano dei circoli viziosi. Se per esempio una coppia è formata da un partner che dà la caccia è uno che tende a ritirarsi, più uno incalza, più l’altro si ritira e più cresce il senso di non capirsi e di non essere capiti. Ciascuno cerca di salvare la relazione nell’unico modo che conosce e interpreta le reazioni dell’altro con le proprie lenti, partendo dal proprio funzionamento: si legge la superficie del comportamento e le emozioni più profonde rimangono nascoste. L’aspetto più rilevante è che per ciascuno prende corpo ciò che teme maggiormente, cioè la percezione del fatto che l’altro non ci sia.
 

Cosa accade nel lungo periodo?

Questi cicli di interazioni negative possono diventare estenuanti. Rimanervi intrappolati per lungo tempo porta alla perdita della speranza: ciascuno si ritira nel proprio piccolo mondo freddo e pieno di silenzio. L’impotenza e la non risposta, il continuare a non capirsi creano rassegnazione. Ma come possiamo vivere senza amore? La relazionalità fa parte del nostro essere, è l’elemento fondativo di ciò che siamo fin da prima della nascita (uno studio molto bello citato da Ammaniti mostra che tra feti gemelli i movimenti comunicativi rivolti da un fratellino all’altro sono superiori ai movimenti afinalistici o fatti verso di sè). Questa perdita di speranza segna allora l’inizio della fine: è molto difficile che la relazione sopravviva se nessuno sente più possibile assumersi un rischio, andare verso l’altro, aprire una feritoia su quello che si vorrebbe e che si sta perdendo così da incontrarsi si nuovo. Ci si mette al riparo e ci si fa trasportare dalla corrente.
 

Di chi è la colpa?

In situazioni di conflitto è facile pensare che la responsabilità o la colpa del fatto che la relazione sia in sofferenza debba essere attribuita all’altro: se solo cambiasse, se solo reagisse diversamente, le cose andrebbero meglio. In realtà ciò che accade all’interno di una relazione è sempre frutto di una dinamica che riguarda entrambi i partner. Il modo che abbiamo di reagire alla perdita di connessione emotiva non determina una colpa e non c’è un modo migliore di un altro di proteggersi, premesso che da questo discorso sono escluse le reazioni violente. Le nostre modalità raccontano una storia di vita, dicono dell’immagine che abbiamo di noi, dell’altro e di noi insieme all’altro. Parlano delle aspettative che custodiamo dentro e di come ci muoviamo per far sì che diventino reali. Esse mettono in luce il rapporto che abbiamo con le nostre emozioni e con quelle altrui: se le esprimiamo in modo intenso, a volte disperato, per assicurarci che vengano sentite o se le nascondiamo per il timore delle conseguenze che potrebbero generare con il rischio che da fuori veniamo percepiti come distanti e disinteressati. Se iniziamo a guardare alle relazioni a partire da questi presupposti, ecco che il tema della colpa viene meno e si apre quello della conoscenza del mondo interiore, che è unico e diverso per ciascuno.

È possibile uscire da questi cicli?

Ritrovare la connessione emotiva imparando a non attivare i cicli negativi è un lavoro di apertura e di profondità, di impegno e di recupero della speranza. Le cose possono cambiare e lo fanno nel momento in cui accediamo a un’esperienza emotiva nuova nel nostro stare con l’altro. A volte per costruire questa nuova modalità è necessario ricorrere a un aiuto esterno, perché si tratta di processo interiore che richiede un ambiente sicuro in cui fare tana e aprirsi, con una mente che contiene la coppia e la accompagna a scoprire il proprio sottobosco. A prescindere da questo però gli elementi importanti riguardano aspetti quali lo sviluppo della capacità di guardarsi dentro: cosa provo davvero quando mi trovo in una certa situazione? Quale emozione profonda si accende dentro di me che mi porta a reagire in quel modo? Di cosa avrei bisogno in quel momento, cosa spero di ricevere dall’altro? Avere chiari i propri bisogni emotivi e le proprie paure è il primo passo per poterle condividere con l’altro e la condivisione, insieme alla reciproca comprensione, è la base per costruire un attaccamento sicuro all’interno della coppia. Spesso non ci raccontiamo davvero all’altro e questo accade per diversi motivi: noi stessi facciamo fatica a leggerci dentro, temiamo che l’altro non ci accolga o ci aggrappiamo all’idea fantastica e simbiotica che il partner o la partner dovrebbe capirci come per magia, senza bisogno di parole.
Imparare a dirsi invece è qualcosa di molto prezioso per conoscersi e farsi conoscere: i legami si costruiscono e si mantengono vivi insieme, assumendo il rischio comune di esporsi e di farsi amare per ciò che si è, con tutte le paure e le necessità che sotto la crosta difensiva e autoprotettiva che abbiamo costruito ci accomunano inequivocabilmente.
 
 
** Photo by Aaron Burden on Unsplash **

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