Daniela Bernardo

Gli amori impossibili

Cuoriforme Gli amori impossibili Cosa sono? Gli amori impossibili sono spesso quelli del: “Se solo… allora sarebbe perfetto”. Sono quelli che tagliano la realtà a pezzetti, poi prendono uno di questi pezzi e lo trasformano in un tutto potenziale, come se il resto, l’elemento che li rende impossibili, fosse semplicemente un accessorio. L’accessorio potrebbe allora essere il marito o la moglie di qualcuno che vorremmo, ma che non è libero o una parte del carattere che quando non si manifesta si sta così bene insieme. A volte invece è il semplice fatto di non essere corrisposti, che molte volte ci giunge come crema che trabocca da una pentola attraverso mille segnali che ci ostiniamo a non vedere, a leggere altrimenti, a mettere in un sacchetto nel ripostiglio per evitare il doloroso confronto con la realtà. Gli amori impossibili sono quelli che non hanno una storia o ce l’hanno a metà, allora nel rimanervi aggrappati ne scriviamo noi una tutta intera, dando alle cose i nomi che riusciamo a tollerare o quelli che vorremmo, sacrificando così bocconi di vita e di sguardo al bisogno di restare in quel limbo che non muta o nell’illusione che muterà. Questo fa dolere l’anima oltre misura, invade la mente e si infila in tutti gli interstizi della quotidianità. Quello che genera è una sofferenza che spesso diventa parte della nostra identità, insieme a un sentire acuto che, in qualche modo nascosto, culla delle parti di noi: così accade quando una forza misteriosa al nostro interno preferisce un dolore conosciuto al lasciare andare che può condurre al cambiamento. Quel dolore diventa un compagno scomodo di cui però conosciamo ogni ruga e tra le sue pieghe ci rifugiamo con l’idea che là fuori null’altro ci sia per cui valga la pena aprire il cuore. Come funzionano gli amori impossibili? Gli amori impossibili germogliano sul terreno dell’idealizzazione: l’altro diventa lo scrigno in cui sono custoditi i tesori più preziosi, la pasta madre della parte migliore di noi, l’unico in grado di farci sentire in quel modo speciale. Perdiamo di vista il nostro contributo alla relazione perché è dalle mani dell’altro che si libera la polvere d’oro che tutto incanta e che fa risplendere anche noi. Non ne vediamo i limiti e quando li vediamo eccoli diventare piccolissimi, trascurabili, anche quando il limite più grosso è la mancanza di reciprocità, ingrediente senza il quale nessuna storia può esistere. Niente come un amore impossibile ci porta a mutare le dimensioni e i significati delle cose, così anche la reciprocità, che per definizione è un concetto stabile che c’è o non c’è, può essere porzionata come una torta ed esistere nel tempo passato con l’altro per poi sparire insieme alla possibilità di futuro quando lui o lei conduce la sua vita altrove. E se di torta non ce n’è neanche una fetta perché l’altro non è interessato, noi ipotechiamo il futuro dicendoci che prima o poi capirà, la lascerà, cambierà idea. E quando l’anima è avviluppata in un assoluto inconfutabile nulla può reggere il confronto, le altre possibilità non esistono, si perdono nella loro imperfezione di cose che si trascinano come tutti il loro zaino di mancanze, le loro calze bucate, la loro dose innegabile di realtà. Che poi forse questo vedere l’altro così speciale fa brillare anche noi di luce riflessa, noi che in quei momenti mettiamo il nostro diritto di esistenza nei suoi occhi e se quegli occhi non ci vedono ci sembra di non esserci più. Cosa raccontano gli amori impossibili? Gli amori impossibili spesso sono una fuga dall’amore o almeno da quello maturo e reale, perché di fatto ciò che generano è l’impossibilità dell’amore, il prendere briciole vissute o immaginate, rimanendo così a distanza dall’incontro con l’altro nella sua (e nella nostra) talvolta scomoda interezza. Questi coinvolgimenti spesso molto intensi ci alimentano con le loro scosse di adrenalina, esasperano il desiderio con la loro irraggiungibilità, ci seducono con incursioni articolate nei sentieri dell’illusione, dove tutto è possibile forse proprio perché nulla lo è. Si agganciano alle narrazioni infantili sull’anima gemella, sull’altra metà perfetta della mela che si incontra una sola volta nella vita perché una sola ne esiste. Non lo si dice e talvolta non lo si sa, ma anche la sofferenza crea dipendenza, sussurra alle parti di noi che fanno fatica e che maggiormente resistono al cambiamento quello vero, alimentando le fantasie onnipotenti in cui noi cambiamo il mondo fantastico in cui ci siamo abituati a rifugiarci. Lasciare andare tutto questo significa essere pronti ad abitare un mondo in cui la legge dei rapporti non è l’idealità ma l’ambivalenza, uscendo dalla dimensione archetipica delle fiabe fatte di principi azzurri buoni e di streghe cattive. Significa essere pronti ad atterrare in un mondo permeato dai grigi con cui tutti dobbiamo fare i conti se scegliamo di togliere gli occhiali colorati che spartiscono le fazioni e esasperano gli opposti. Che alcune parti di noi siano rimaste lì non è una colpa, che il dolore diventi una scomoda ma rassicurante certezza non fa di noi persone poco desiderabili, quello che facciamo non è un tracciato che ci si può imporre dall’oggi al domani seguendo i meme che inneggiano al lasciare andare come fosse mangiar caramelle. Come uscirne? Una buona domanda da porci quando rimaniamo incastrati in queste situazioni è chi stiamo cercando di convincere del nostro essere meritevoli di amore, da chi desideriamo davvero essere visti. Perché le relazioni di oggi sono spesso il tentativo di cambiare la storia, quella che sta nel passato e di cui magari non abbiamo consapevolezza. Lì non ci siamo riusciti, così speriamo di farcela nel presente, perché forse non abbiamo mai smesso di vederci come eravamo allora. Certo, comprendere la nostra storia non basta a a cambiare le cose, ma è un primo passo che aiuta a entrare in contatto con i bisogni profondi che muovono le nostre azioni in modo inconscio.Spesso per fare questo occorre un aiuto, perché quando tendiamo a farci agire dalla nostra coazione a ripetere, sono in campo forze che esulano dalla nostra volontà. Bisognerà prendersi

Perché litighiamo sempre? La fatica di non trovarsi

Cuoriforme Perché litighiamo sempre? La fatica di non trovarsi ** Photo by Aaron Burden on Unsplash ** La vita di coppia può diventare molto difficile quando ci sono conflitti frequenti, che sembrano ripetersi all’infinito. Che il cuore dei litigi sia la disponibilità reciproca, il denaro, l’educazione dei figli, la sessualità, in genere è possibile rintracciare uno schema ricorrente che fa vivere i problemi come irrisolvibili, perché ci sentiamo intrappolati, come se girassimo in tondo senza via d’uscita.Questo succede perché viene a mancare la sintonizzazione emotiva: ci muoviamo su binari paralleli che non si incontrano mai e per quanto il desiderio di amare ed essere amati ci porti a scegliere di rimanere nella relazione, è sempre più difficile confidare in un cambiamento.Guardando più nel profondo però possiamo accorgerci che sotto alle emozioni che vediamo in superficie, come la rabbia, o il distacco, c’è un mondo nascosto fatto di emozioni legate ai nostri bisogni di attaccamento: esse ruotano intorno ai temi del sentirsi non visti, non compresi, rifiutati o criticati dall’altro. A questo si accompagnano tante paure, perché essere disconnessi da chi amiamo evoca sempre il fantasma dell’abbandono e della perdita della relazione. Davanti a questa paura, al percepire l’altro come non disponibile e la relazione come a rischio, quello che facciamo è mettere in atto dei comportamenti e dei modi di reagire che hanno lo scopo di proteggerci.  Il ciclo negativo: una trappola perpetua La domanda che abita l’anima di tutti noi rispetto alle relazioni importanti e che ha radici nel cuore da quando nasciamo a quando moriamo è, come spiega Sue Johnson: “ci sei per me?”. Essere incerti sulla risposta dell’altro genera reazioni di panico, che si attivano nelle parti più antiche del nostro cervello e che ci possono far muovere lungo due direzioni a seconda del nostro personalissimo modo di essere con l’altro e di vivere le relazioni.La prima è la caccia: “mi sembra che tu non ci sia, ti sento lontano, non sento la tua presenza e allora ti inseguo, ti chiedo risposte, incalzo perché ho bisogno di avere delle conferme che quietino la mia ansia di non essere visto o vista, di essere abbandonata o abbandonato”.La seconda è il ritiro: “mi sento inadeguato o inadeguata, leggo delle critiche nelle tue parole e allora mi chiudo, così da far finire il conflitto il prima possibile e non sentire più le emozioni negative nella pancia. Se mi tiro via, finisce prima. Se mi tiro via, sento che la relazione è meno in pericolo”. È facile immaginare cosa possa accadere nell’incontro-scontro tra queste modalità: si generano dei circoli viziosi. Se per esempio una coppia è formata da un partner che dà la caccia è uno che tende a ritirarsi, più uno incalza, più l’altro si ritira e più cresce il senso di non capirsi e di non essere capiti. Ciascuno cerca di salvare la relazione nell’unico modo che conosce e interpreta le reazioni dell’altro con le proprie lenti, partendo dal proprio funzionamento: si legge la superficie del comportamento e le emozioni più profonde rimangono nascoste. L’aspetto più rilevante è che per ciascuno prende corpo ciò che teme maggiormente, cioè la percezione del fatto che l’altro non ci sia.  Cosa accade nel lungo periodo? Questi cicli di interazioni negative possono diventare estenuanti. Rimanervi intrappolati per lungo tempo porta alla perdita della speranza: ciascuno si ritira nel proprio piccolo mondo freddo e pieno di silenzio. L’impotenza e la non risposta, il continuare a non capirsi creano rassegnazione. Ma come possiamo vivere senza amore? La relazionalità fa parte del nostro essere, è l’elemento fondativo di ciò che siamo fin da prima della nascita (uno studio molto bello citato da Ammaniti mostra che tra feti gemelli i movimenti comunicativi rivolti da un fratellino all’altro sono superiori ai movimenti afinalistici o fatti verso di sè). Questa perdita di speranza segna allora l’inizio della fine: è molto difficile che la relazione sopravviva se nessuno sente più possibile assumersi un rischio, andare verso l’altro, aprire una feritoia su quello che si vorrebbe e che si sta perdendo così da incontrarsi si nuovo. Ci si mette al riparo e ci si fa trasportare dalla corrente.  Di chi è la colpa? In situazioni di conflitto è facile pensare che la responsabilità o la colpa del fatto che la relazione sia in sofferenza debba essere attribuita all’altro: se solo cambiasse, se solo reagisse diversamente, le cose andrebbero meglio. In realtà ciò che accade all’interno di una relazione è sempre frutto di una dinamica che riguarda entrambi i partner. Il modo che abbiamo di reagire alla perdita di connessione emotiva non determina una colpa e non c’è un modo migliore di un altro di proteggersi, premesso che da questo discorso sono escluse le reazioni violente. Le nostre modalità raccontano una storia di vita, dicono dell’immagine che abbiamo di noi, dell’altro e di noi insieme all’altro. Parlano delle aspettative che custodiamo dentro e di come ci muoviamo per far sì che diventino reali. Esse mettono in luce il rapporto che abbiamo con le nostre emozioni e con quelle altrui: se le esprimiamo in modo intenso, a volte disperato, per assicurarci che vengano sentite o se le nascondiamo per il timore delle conseguenze che potrebbero generare con il rischio che da fuori veniamo percepiti come distanti e disinteressati. Se iniziamo a guardare alle relazioni a partire da questi presupposti, ecco che il tema della colpa viene meno e si apre quello della conoscenza del mondo interiore, che è unico e diverso per ciascuno. È possibile uscire da questi cicli? Ritrovare la connessione emotiva imparando a non attivare i cicli negativi è un lavoro di apertura e di profondità, di impegno e di recupero della speranza. Le cose possono cambiare e lo fanno nel momento in cui accediamo a un’esperienza emotiva nuova nel nostro stare con l’altro. A volte per costruire questa nuova modalità è necessario ricorrere a un aiuto esterno, perché si tratta di processo interiore che richiede un ambiente sicuro in cui fare tana e aprirsi, con una mente che contiene la coppia

Raccontare l’amore: la coppia e i bambini interiori

Cuoriforme Raccontare l’amore: la coppia e i bambini interiori Quando una coppia si forma non sono mai due sole entità ad entrare in contatto: ci sono due Io, ma anche due inconsci che iniziano a dialogare. Dentro gli inconsci abitano i bambini che i due innamorati sono stati, con i loro bisogni, i loro desideri e le loro emozioni, di cui c’è poca o nessuna consapevolezza. Questo complica le cose, perché mentre sul piano cosciente dell’incontro le cose possono andare abbastanza lisce, gli inconsci spesso portano un po’ di scompiglio. Ora i bambini interiori possono avere diverse rappresentazioni di cosa significa stare in relazione con l’altro: le hanno costruite fin da piccolissimi e le riattivano ogni volta che si trovano in un rapporto che diventa importante. La teoria dell’attaccamento ce ne racconta quattro tipi, così dentro di noi sappiamo che può abitare: un bambino sicuro, che sa di avere un valore e ha fiducia che l’altro c’è e ci sarà. Questo bambino permette all’adulto che lo porta dentro di coltivare la propria crescita personale e quella della coppia senza vivere questo come minaccia. Lascia spazio e morbidezza tra sé e l’altro, così che tutti i semi che arrivano da dentro e da fuori possano germogliare;  un bambino evitante, che sente che è meglio non avere bisogni e non sentire le emozioni, perché tanto se chiede è convinto che l’altro non risponderà, quindi è meglio tenersi a distanza e congelare ogni cosa. Questo bambino porta l’adulto che lo ospita a chiudersi in sé, a evitare le discussioni e se avvengono a trincerarsi dietro un muro che viene scambiato per disinteresse, quando invece è un ritiro difensivo, ma che fa dire all’altro: “non mi rispondi, mi sembra di parlare da solo”; un bambino ambivalente, che sente che l’altro c’è un po’ sì e un po’ no, quindi vive e manifesta le emozioni in modo forte, nella speranza di tenerlo vicino. In fondo è arrabbiato e spaventato perché vive l’eterna incertezza della relazione. Questo bambino abita un adulto che vive le relazioni con il bisogno di stare sempre insieme, di condividere tutto, perché il desiderio di autonomia dell’altro viene subito sentito come una forma di abbandono. Chiede continue rassicurazioni: “Ma tu mi ami? Non mi vuoi lasciare, vero?” e quando si discute vorrebbe confrontarsi all’infinito, perché se l’altro si tira via, arriva il terrore che il rapporto possa finire; un bambino disorganizzato che rimbalza tra la vicinanza e il distacco in preda alla paura, perché l’altro lo spaventa, ma al contempo non può farne a meno. Questo è il bambino più sofferente, con le cicatrici più profonde, che da adulto oscillerà nelle relazioni rischiando di diventare molto respingente e molto controllante allo stesso tempo. In genere si porta nel bagaglio una storia traumatica difficile da elaborare.    Comprendere com’è il nostro bambino interiore è il primo passo per accorgerci dei bisogni e delle emozioni che portiamo nelle coppie che costruiamo. Questo può aiutarci anche a capire perché a volte reagiamo in modo forte a ciò che l’altro fa, pur rendendoci conto che forse la nostra risposta è esagerata. Quando accade è il nostro bambino che si muove, si fa sentire, chiede di essere guardato. Prendercene cura significa in primo luogo imparare a conoscerlo. Continua a esplorare Gli amori impossibili Perché litighiamo sempre? La fatica di non trovarsi Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima] Raccontare l'amore: la coppia e i bambini interiori La solitudine: fughe, ferite, creatività Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme