Daniela Bernardo

Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell’anima

Cuoriforme Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell’anima Quando accolgo una persona per l’inizio di un percorso, mi accorgo che spesso tra i primi pensieri che condivide c’è un forte giudizio su di sé e sui propri vissuti, con l’idea che avrebbe dovuto capire prima, agire diversamente, essere altro. Io parto invece dal presupposto che la nostra anima in ogni momento della vita fa sempre il meglio che può con quello che ha e che quindi qualunque cosa abbiamo fatto o sentito non sarebbe potuta essere che così. La nostra anima ci protegge da mali peggiori, ci difende anche quando non riusciamo a capire perché ci spinge verso direzioni che ad un certo punto ci fanno soffrire. Dove sta l’inghippo? Perché se stiamo male, è naturale pensare che qualcosa non sia andato per il verso giusto. Il problema potrebbe essere spiegato così: quando un meccanismo di difesa prende vita, è perché ne abbiamo bisogno. In quel momento ci serve per sopravvivere e la mente lo utilizza a proposito: le serve, se no usciremmo da quella situazione con le ossa rotte. Quando la situazione si modifica però, perché passa il tempo e noi cresciamo e cambiamo, non è scontato che quelle difese che abbiamo messo in campo si spengano naturalmente. Anzi spesso accade il contrario: rimangono attive o allertate, pronte a entrare in funzione non appena le nostre antenne captano dei segnali che ci riportano al tempo in cui sono nate. Così soffriamo, perché restiamo intrappolati in modi di stare nel mondo che se prima erano indispensabili, adesso ci tengono ancorati al passato e non ci servono più. Accade allora che se per esempio siamo cresciuti in un contesto in cui ai nostri bisogni non è stato dato valore e gli altri si sono messi sempre al primo posto, è molto probabile che in quella parte nascosta e profonda della mente che conserva i ricordi senza parole, noi abbiamo depositato l’idea che quando una relazione si fa più stretta i nostri bisogni saranno in pericolo. Così, a prescindere da chi abbiamo davanti, li sacrificheremo noi per primi o manterremo sempre una distanza di sicurezza per proteggere quel nucleo interiore già molte volte ignorato. Capire che dentro al nostro modo di reagire ci sono infiniti mondi è il primo passo per trasformare il giudizio spesso senza appello che riserviamo a noi stessi in curiosità. In un percorso terapeutico è un passaggio fondamentale, ma lo è anche in ogni storia di vita. Darsi il beneficio del dubbio e iniziare a generare interrogativi è un modo molto potente di prendersi cura di sé. Allora il nostro essere nel mondo può diventare una ricerca interiore che abbraccia tutto ciò che accade nel corpo, nel cuore e nella mente con quella epochè di cui parlavano i fenomenologi, la sospensione del giudizio che fa spazio alla domanda. E quando arriva la domanda, le nostre antenne iniziano a sensibilizzarsi ai piccoli indizi che arrivano nei sogni, nelle reazioni emotive e in quelle fisiche, gli aiuti più preziosi per capirci di più e trattarci con quella cura amorevole che di solito riserviamo solo agli altri.  Continua a esplorare Colloqui online: come si cambia nella vita Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell'anima Chirone e l'archetipo del guaritore ferito Parlare per immagini per capire cosa abbiamo nel cuore Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va

Cuoriforme Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va Diciamolo pure apertamente: la mia professione si porta appiccicato uno stigma che non va mica via solo perché siamo nel 2020. L’idea che andare dallo psicologo sia una cosa per persone con problemi mentali e che avere problemi mentali sia qualcosa di cui vergognarsi, ha ancora radici molto salde nel nostro terreno culturale. Entrambe le cose sono false. Partiamo dalla prima. Un mito contemporaneo molto diffuso vede nella totale autonomia (o in una sua concezione piuttosto distorta) un valore in grado di alimentare l’autostima.In questa versione esasperata dell’archetipo dell’eroe, chi riesce per conto proprio a superare gli ostacoli è più stimabile di chi si vede costretto a chiedere una mano. Se ce la fai da solo sei forte, se chiedi aiuto invece sei un debole e se poi lo chiedi allo psicologo hai di certo qualcosa che non va.Il guaio è che certi convincimenti condivisi nella cultura si insinuano sotto la pelle senza che ce ne accorgiamo, perché fanno parte dell’ambiente in cui siamo immersi fin dalla nascita ed è difficile liberarcene. Questo ci fa perdere delle occasioni e ci spinge molte volte a dibatterci con ostinazione in situazioni di fatica che si ripetono, quando la possibilità di stare meglio è proprio lì, a pochi passi. Certo le motivazioni possono essere anche più profonde: rimanere in un dolore conosciuto può fare meno paura che affrontare un cambiamento, ma il dolore è solo una delle possibili vie di arrivo alla terapia. Per me lo spazio dell’analisi è un immenso campo di conoscenza di sé e degli altri. Una preziosa strada d’accesso potrebbe essere la curiosità, il desiderio di comprendersi meglio e di coltivare quella crescita interiore che Jung chiamava “processo di individuazione”.“L’individuazione è un’unificazione con se stessi e al contempo con l’umanità di cui l’uomo è parte” scriveva. Se nella prima fase della vita facciamo nostre le regole del collettivo, da un certo punto in avanti possiamo imparare a metterle in discussione e a creare la nostra personale visione delle cose. Servono consapevolezza e sguardo critico.Quando questo accade, riusciamo con meno paura a liberarci dalle spesse maschere che indossiamo per essere più apprezzati dagli altri, dimenticando chi siamo davvero. Amo questo lavoro perché è un’opera di conoscenza e di trasformazione che allarga l’orizzonte, che apre per ciascuno la possibilità di interrogare i sogni, di esprimere la creatività, di entrare in contatto in modo più autentico con il proprio Sé. Che arrivino per una sofferenza o per capirsi più a fondo, le persone che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio studio hanno in comune una cosa: si stanno assumendo la responsabilità della propria vita.Stanno scegliendo di provare a stare meglio, diventando esploratori coraggiosi. Per questo hanno tutta la mia stima, perché in un mondo incline a fare compulsivamente, a non fermarsi mai, a guardare fuori e non dentro, non è affatto scontato riuscire ogni settimana a sedersi per tre quarti d’ora con il telefono silenzioso e riflettere su di sé, insieme a qualcuno, per cambiare le cose e comprendere di più. A volte quello che capiamo è scomodo – le ombre sono oscure per definizione – altre volte ci fa scoprire che abbiamo risorse che non vedevamo o che ci avevano insegnato a non vedere: dobbiamo provare a tenere insieme tutti i pezzi. Quando accade, ci accorgiamo finalmente che siamo interi e che tutte le parti di noi hanno diritto di cittadinanza, anche quelle più scomode, perché se hanno preso forma significa che in una certa fase della nostra vita erano in qualche modo necessarie. Il lavoro che si fa insieme è vedere quali parti riscoprire, quali lasciare andare, quali ammorbidire, quali rinforzare, pensando a chi sentiamo di essere per davvero. A volte scoprendolo lungo il percorso. Continua a esplorare Colloqui online: come si cambia nella vita Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell'anima Chirone e l'archetipo del guaritore ferito Parlare per immagini per capire cosa abbiamo nel cuore Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme