Daniela Bernardo

Eco e Narciso: una storia di risonanze mancate [parte seconda]

Cuoriforme Eco e Narciso: una storia di risonanze mancate [parte seconda] Se nel post precedente abbiamo conosciuto meglio la triste storia di Eco, oggi ci avvicineremo alla figura di Narciso, per guardare insieme a una diagnosi che ferisce, perché socialmente stigmatizzata a causa delle difficoltà relazionali che comporta e a causa degli orientamenti, spesso parziali, scelti dai sistemi diagnostici ufficiali. Come sempre partiamo da lontano, chiedendoci: chi era Narciso? Narciso era un bambino bellissimo nato da Cefiso, una divinità fluviale e Liriope, una ninfa. La sua nascita fu il frutto di uno stupro, nel quale il fiume si strinse con le proprie acque intorno alla ninfa che diede alla luce un bellissimo bambino. Consultando l’indovino Tiresia circa il destino del proprio figlio, Liriope apprese che egli avrebbe potuto raggiungere la vecchiaia solo se non avesse mai conosciuto se stesso. A sedici anni, avendo conservato la propria bellezza, il giovane Narciso cacciava nei boschi circondato da numerosi corteggiatori, ma non permetteva a nessuno di avvicinarlo né fisicamente né emotivamente. Tra i suoi ammiratori c’era un giovane molto insistente di nome Aminia. Stanco della sua corte, Narciso un giorno gli diede una spada istigandolo al suicidio. Aminia allora prima di uccidersi rivolse una preghiera agli dei, chiedendo loro di riservare a Narciso la stessa sofferenza che stava patendo lui, cioè quella di un amore impossibile. Gli dei, infastiditi dall’atteggiamento di superiorità di Narciso, decisero di accontentarlo e fecero preparare uno specchio d’acqua liscio e perfetto in una foresta incontaminata. Quando Narciso si avvicinò per bere, si innamorò all’istante dell’immagine riflessa, pensando fosse qualcun altro. Iniziò allora un dialogo di gesti tra i due, ma ogni volta che Narciso si protendeva per abbracciare l’immagine, cadeva in acqua, finché non capì che l’altro era lui stesso. Disperato nella consapevolezza di avere tutto e non avere nulla, di non potersi staccare da sé per raggiungersi, Narciso rimase sulla riva nel tormento fino alla morte. In questa narrazione ci sono alcuni aspetti su cui possiamo riflettere: Narciso non si lascia avvicinare da nessuno: questa nel linguaggio psicologico si chiama controdipendenza e consiste nel difendersi dalla paura di avere bisogno dell’altro rifiutando ogni contatto. Si chiude allora in un dorato isolamento pieno di sofferenza, perché si tratta di un muro che impedisce ogni relazione, ma di cui non può fare a meno perché qualsiasi alternativa sarebbe insopportabile. Le richieste d’amore lo mettono in connessione con necessità che non riesce a tollerare, così le allontana per mettersi al sicuro. Narciso appare impassibile, come se tutte le sue emozioni fossero congelate. Incapace di quell’empatia affettiva che ci fa comprendere il dolore dell’altro, tratta con sdegno chi si interessa a lui diventando offensivo o crudele. Le emozioni in realtà ci sono, ma vengono relegate in una zona nascosta e inaccessibile. Jung come alcuni alchimisti sosteneva che a ciò che noi vediamo spuntare dalla superficie corrisponde qualcosa di opposto e di pari dimensioni che affonda nel profondo. Così a tutta la sicurezza ostentata da Narciso si accompagna nell’ombra una fragilità estrema e alla sua immagine perfetta un’interiorità che si danneggia sempre di più, proprio come nel famoso romanzo di Oscar Wilde. Come nello specchio d’acqua in cui si guarda, anche dentro Narciso esiste uno spazio che separa la superficie mai scalfita della sua immagine esteriore e il fondo melmoso in cui albergano le emozioni reiette. È uno spazio terrificante perché è uno spazio vuoto. Il vuoto è diverso dalla nostalgia e dalla mancanza, perché mentre queste emozioni permettono di avere nel ricordo un posto a cui tornare, possono essere raccontate e trovare una riparazione e un riparo, nel vuoto il posto non c’è, esiste solo l’assenza. Per questo il lavoro su di sé è molto doloroso quando ci sono marcati tratti narcisistici, perché occorre riuscire ad attraversare quel vuoto rimanendo vivi e approdare alle emozioni, emozioni da cui si è fuggiti per tutta la vita, che hanno come capofila la vergogna.   Come Eco anche Narciso è quindi profondamente solo e dipendente. Dipende dalla propria immagine, che viene coltivata come unica difesa tra sé e il mondo, tra sé e le proprie fragilità. Come lei spreca i propri talenti perché invece che condividerli li tiene tutti per sé. Infine, esattamente come lei tende verso qualcosa che non può raggiungere e che lo porta a lasciarsi morire, perché incapace di uscire dalla propria illusione per incontrare la realtà. Per approfondire queste tematiche: Un libro: Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde Una serie TV: Mad Men Continua a esplorare Gli amori impossibili Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima] Raccontare l'amore: la coppia e i bambini interiori La solitudine: fughe, ferite, creatività Come stare accanto a qualcuno che soffre Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Eco e Narciso: una storia di risonanze mancate [parte prima]

Cuoriforme Eco e Narciso: una storia di risonanze mancate [parte prima] Cosa avrà da raccontarci una storia così antica su un tema tanto vicino a noi come quello della dipendenza affettiva e del narcisismo? Direi moltissimo, come tutte le narrazioni archetipiche. Ho letto cose poco condivisibili sui social media e visto video al limite tra il ridicolo e il crudele che promettono a vittime in balia di carnefici ricette per fuggire, sconfiggere, vendicarsi del narcisista e chiudere la relazione con lui, nell’ottica illusoria della formula magica e della pura razionalità. Eco e i suoi invisibili compagni del passato ci raccontano una versione differente, che merita di essere ascoltata. Eco era una ninfa con una meravigliosa parlantina: riusciva a incantare tutti con i suoi discorsi e utilizzava questa capacità anche per distrarre Giunone mentre Giove la tradiva. Giunone se ne accorse e la punì condannandola a poter parlare solo dopo che qualcun altro avesse iniziato il discorso, ripetendo le sue ultime parole. Quando Eco si innamorò di Narciso e iniziò a seguirlo, venne da lui prima invitata a mostrarsi e poi rifiutata con crudeltà. Questo rifiuto accese ancora di più il suo desiderio, che diventò il fuoco che la consumò dall’interno. Si nascose nel bosco finché il suo corpo non si seccò: le sue ossa divennero sassi e di lei rimase solo la voce, che sentiamo anche oggi quando parliamo forte in luoghi sperduti. Ci sono tre caratteristiche importanti che possiamo osservare: A Eco manca la capacità di fare un discorso che sia solo suo. Non può parlare senza l’altro, non può raccontare di sé: quando ci manca la possibilità di narrarci, la nostra identità rimane molto fragile, non sappiamo chi siamo e possiamo sopravvivere solo se troviamo qualcuno a cui appoggiarci. Il mondo appassionato e ricco di emozioni che hanno dentro le persone con una dipendenza affettiva ha bisogno del soffio vitale dell’altro per accendersi. Se questo non c’è, diventa un mondo spento, mancante, un universo nei toni del grigio. Per questo chi ha una dipendenza affettiva non può fare a meno di parlare dell’altro, anche se lo fa con odio e con rabbia: perché è l’unico tramite che ha per parlare di sé. Eco perde la voce perché spreca il suo talento: lo mette a disposizione di due genitori simbolici che al posto che valorizzarlo, lo sfruttano. Si fa coinvolgere in una dinamica più grande di lei nel tentativo di accontentare un padre che non la ama e facendo arrabbiare una madre che non la perdona. Ma non è Giunone che Eco ha tradito, bensì se stessa.   Il primo insegnamento che ha fatto suo è che amare significa sacrificare qualcosa di proprio per le necessità dell’altro, un altro che non la difende e che non si prende cura di lei. Eco perde il suo corpo. Lo trascura al punto da non farlo esistere più. Quando si soffre di una dipendenza affettiva si vive con la mente intasata dalle fantasie di perdita e con il cuore in allarme. Questo stato è stressante per tutta la sostanza che siamo e anche se non ci si trova a subire maltrattamenti fisici, le ossa possono ugualmente farsi pietra. Essere costantemente sintonizzati sui bisogni degli altri, mozza le antenne capaci di intercettare i propri.   Qual è l’emozione che sta dietro a tutto questo? Una terribile paura della solitudine. Il ritiro solitario nel bosco per Eco equivale alla morte. La capacità di stare soli non è innata, si costruisce un passetto dopo l’altro nei primi tre anni di vita. O più tardi, con qualcuno che ci accompagna nel duro lavoro di capire chi sentiamo di essere veramente. E Narciso? Qui c’è anche la sua storia. Un libro interessante in cui trovare queste riflessioni: Dipendenza e controdipendenza affettiva: dalle passioni scriteriate all’indifferenza muta di M. Borgioni Un film: Il diario di Bridget Jones Continua a esplorare Gli amori impossibili Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima] Raccontare l'amore: la coppia e i bambini interiori La solitudine: fughe, ferite, creatività Come stare accanto a qualcuno che soffre Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme