Daniela Bernardo

La solitudine: fughe, ferite, creatività

Cuoriforme La solitudine: fughe, ferite, creatività **Photo by Fabrice Villard on Unsplash** Esistono molte solitudini: cercate, volute, imposte, temute, fuggite, interne, esterne e chissà quante altre. Certo è che stare da soli non è cosa da poco. Esserne capaci richiede lo sviluppo di un’abilità che si costruisce per gradi, fin da bambini. Inizia con il sentire che se ci avventuriamo qualche metro più in là ad esplorare il mondo staccandoci un po’ dalla mamma, possiamo poi tornarle vicino e ritrovarla quando siamo in difficoltà e abbiamo bisogno di lei. Fare esperienza di queste piccole partenze e di questi piccoli ritorni, ci deposita nel cuore il sentimento della presenza dell’altro e così piano piano sviluppiamo quella che Winnicott chiamava “capacità di essere soli in presenza di qualcuno”: il bimbo gioca mentre la mamma cucina, legge o fa altro, senza per forza stare in relazione diretta con lui. Quando tutto procede bene, l’altro con il tempo inizia ad esistere dentro di noi e questo ci permette di stare soli con noi stessi sapendo che se ci manca, possiamo trovarlo lì. Questi passaggi non sono scontati: se lo fossero non ci sarebbero così tante persone che sentono gravare sul cuore il peso della solitudine, uno stato d’animo che esiste a prescindere dall’avere effettivamente altri intorno. È come un senso profondo di abbandono, di stanze vuote e fredde, di parti isolate che non possono essere raggiunte. Sono quelle parti che forse quando hanno fatto i loro piccoli ritorni, non hanno trovato nessuno ad attenderle, le stesse parti che dovrebbero trovare nel nostro Io adulto un genitore amorevole, ma che di solito tendiamo a rifiutare perché ci confrontano con una fragilità con cui ci costa molto venire a patti. In altri casi accade che la solitudine, che ci visita quando si spegne il rumore delle distrazioni del mondo, ci porti all’improvviso in contatto profondo con noi stessi. Se non siamo equipaggiati, quando accade sentiamo solo che i fantasmi si mettono in movimento. Questo può essere troppo doloroso, così senza nemmeno accorgerci del processo che ci sta sotto, fuggiamo riempiendo l’aria di presenze esterne che ci tolgano da quella quiete inquietante: se siamo in auto accendiamo la radio, se siamo a casa diamo voce alla tv. La compagnia di noi stessi diventa difficile da sopportare. In un caso come nell’altro, oltre ad avere un sottofondo di sofferenza che ci accompagna più o meno consapevolmente, se non ci prendiamo cura del nostro sentire perdiamo qualcosa: la solitudine come stato psichico prende la forma di una pellicola più o meno spessa che ci separa dagli altri e a volte ci fa sentire diversi ed esclusi. Il timore delle stanze fredde rischia di farci entrare in relazione solo fino ad un certo punto, di abbandonare la relazione prima di essere abbandonati e spesso tutto questo accade fuori dalla nostra consapevolezza. La solitudine che ci affligge viene allora rinforzata e garantita dal rifugio-pellicola, in una spirale che non finisce mai; la solitudine come sentimento da fuggire ci priva della possibilità di incontrare la nostra anima, trasformando l’angoscia in ascolto e la compagnia di noi stessi in uno spazio di possibilità. Perché di solito, dopo che sono usciti i fantasmi, dalle profondità iniziano ad emergere cose lucenti, frutto del silenzio che attiva la creatività.   Se queste ferite vengono riparate, possiamo scoprire che dentro di noi, oltre ai buchi delle risposte non ricevute, ci sono ospiti interiori antichi o nuovi, che ci permettono di sentire che non siamo mai soli, lasciando cadere finalmente quel macigno che con il passare degli anni diventa di solito sempre più conosciuto e pesante. Continua a esplorare Gli amori impossibili Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima] Raccontare l'amore: la coppia e i bambini interiori La solitudine: fughe, ferite, creatività Come stare accanto a qualcuno che soffre Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Come stare accanto a qualcuno che soffre

Cuoriforme Come stare accanto a qualcuno che soffre Un anno fa quando il piccolo Babel è arrivato nella nostra famiglia, aveva comportamenti anomali per un cucciolo. Mangiava poco, non giocava, sembrava apatico. Dopo diverse indagini la veterinaria ha ipotizzato potesse avere una malattia molto grave che avrebbe richiesto un costosissimo intervento dall’esito incerto. A me si è spezzato il cuore. Vederlo lì così piccolo e così sofferente era qualcosa che mi metteva davvero a dura prova, nonostante di prove ne abbia attraversate diverse. Ma ci sono cose che pungono aree della nostra mente più di altre, in modi difficili da spiegare. Mi ricordo di aver avvisato le mie amiche e che prestissimo la mattina mi è suonato il telefono: era Carolina, che voleva sapere come stessi. Mi ha ascoltata e poi mi ha detto  – sentendo quelle parole una a una – : “Mi dispiace tantissimo. A volte è davvero troppo, immagino quanto stai male”. A me si è sciolto un nodo dentro. I mesi sono passati, Babel è ancora qui e quella che si è rivelata un’infezione sconosciuta è passata, ma il ricordo di quella conversazione del suo effetto così potente mi è rimasto dentro. Mi sono chiesta: cos’è successo in quel momento? Cos’ha fatto la differenza? E siccome tutto questo riguarda me, ma è anche il tessuto di cui è fatto il mio lavoro, ho iniziato a pensare. Carolina in quella frase, nel suo tono e nella sua intenzione ha condensato molte cose: Mi ha ascoltata davvero, con il cuore aperto e proteso. Ha preso sul serio il mio dolore in tutta la sua portata. L’ha legittimato profondamente e la legittimazione, nei momenti in cui siamo così vulnerabili, ci dice che quella cosa lì così forte che abbiamo nella pancia è normale e giusto che ci sia, anche se è più grande di noi e ci sembra che la pelle tiri perché non riusciamo a contenerla. Non mi ha consolata. Non ha detto: “Vedrai che si sono sbagliati, sicuramente non sarà così grave”. Questo è un modo per cancellare un pezzo di dolore e lo facciamo spessissimo (esempio eclatante è stato il noto “andrà tutto bene” di inizio pandemia). Non lo facciamo per amore dell’altro, lo facciamo perché per noi è troppo penoso stare con quel dolore, vedere l’altro che soffre e gestire l’impotenza di non avere mezzi concreti per aiutarlo. Ha fatto ricorso a tutta la sua empatia, perché anche se non ha mai avuto un cane, sicuramente il suo cuore sa cosa vuol dire vedere qualcuno soffrire e non sapere cosa accadrà. E io quella sintonizzazione l’ho sentita tutta e mi è sembrato che il mio dolore non fosse più solo mio e diventasse un po’ più leggero. Mi ha fatta sentire tenuta nella mente. Mi ha offerto una tana in cui riposare per qualche minuto, sapendo che mi avrebbe portata con sé lungo la sua giornata.   Questa non è solo una parte dell’essenza di ogni buon lavoro terapeutico, ma è una riflessione che tutti possiamo fare quando ci troviamo accanto a qualcuno che attraversa un dolore. Stiamo lì, se riusciamo. Non scappiamo via. Perché la sofferenza allontana con una grande velocità. Restare insieme nel dolore ha un potere così grande che neanche lo possiamo immaginare. Continua a esplorare Gli amori impossibili Il trauma: valanga o goccia che scava [parte prima] Raccontare l'amore: la coppia e i bambini interiori La solitudine: fughe, ferite, creatività Come stare accanto a qualcuno che soffre Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme

Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va

Cuoriforme Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va Diciamolo pure apertamente: la mia professione si porta appiccicato uno stigma che non va mica via solo perché siamo nel 2020. L’idea che andare dallo psicologo sia una cosa per persone con problemi mentali e che avere problemi mentali sia qualcosa di cui vergognarsi, ha ancora radici molto salde nel nostro terreno culturale. Entrambe le cose sono false. Partiamo dalla prima. Un mito contemporaneo molto diffuso vede nella totale autonomia (o in una sua concezione piuttosto distorta) un valore in grado di alimentare l’autostima.In questa versione esasperata dell’archetipo dell’eroe, chi riesce per conto proprio a superare gli ostacoli è più stimabile di chi si vede costretto a chiedere una mano. Se ce la fai da solo sei forte, se chiedi aiuto invece sei un debole e se poi lo chiedi allo psicologo hai di certo qualcosa che non va.Il guaio è che certi convincimenti condivisi nella cultura si insinuano sotto la pelle senza che ce ne accorgiamo, perché fanno parte dell’ambiente in cui siamo immersi fin dalla nascita ed è difficile liberarcene. Questo ci fa perdere delle occasioni e ci spinge molte volte a dibatterci con ostinazione in situazioni di fatica che si ripetono, quando la possibilità di stare meglio è proprio lì, a pochi passi. Certo le motivazioni possono essere anche più profonde: rimanere in un dolore conosciuto può fare meno paura che affrontare un cambiamento, ma il dolore è solo una delle possibili vie di arrivo alla terapia. Per me lo spazio dell’analisi è un immenso campo di conoscenza di sé e degli altri. Una preziosa strada d’accesso potrebbe essere la curiosità, il desiderio di comprendersi meglio e di coltivare quella crescita interiore che Jung chiamava “processo di individuazione”.“L’individuazione è un’unificazione con se stessi e al contempo con l’umanità di cui l’uomo è parte” scriveva. Se nella prima fase della vita facciamo nostre le regole del collettivo, da un certo punto in avanti possiamo imparare a metterle in discussione e a creare la nostra personale visione delle cose. Servono consapevolezza e sguardo critico.Quando questo accade, riusciamo con meno paura a liberarci dalle spesse maschere che indossiamo per essere più apprezzati dagli altri, dimenticando chi siamo davvero. Amo questo lavoro perché è un’opera di conoscenza e di trasformazione che allarga l’orizzonte, che apre per ciascuno la possibilità di interrogare i sogni, di esprimere la creatività, di entrare in contatto in modo più autentico con il proprio Sé. Che arrivino per una sofferenza o per capirsi più a fondo, le persone che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio studio hanno in comune una cosa: si stanno assumendo la responsabilità della propria vita.Stanno scegliendo di provare a stare meglio, diventando esploratori coraggiosi. Per questo hanno tutta la mia stima, perché in un mondo incline a fare compulsivamente, a non fermarsi mai, a guardare fuori e non dentro, non è affatto scontato riuscire ogni settimana a sedersi per tre quarti d’ora con il telefono silenzioso e riflettere su di sé, insieme a qualcuno, per cambiare le cose e comprendere di più. A volte quello che capiamo è scomodo – le ombre sono oscure per definizione – altre volte ci fa scoprire che abbiamo risorse che non vedevamo o che ci avevano insegnato a non vedere: dobbiamo provare a tenere insieme tutti i pezzi. Quando accade, ci accorgiamo finalmente che siamo interi e che tutte le parti di noi hanno diritto di cittadinanza, anche quelle più scomode, perché se hanno preso forma significa che in una certa fase della nostra vita erano in qualche modo necessarie. Il lavoro che si fa insieme è vedere quali parti riscoprire, quali lasciare andare, quali ammorbidire, quali rinforzare, pensando a chi sentiamo di essere per davvero. A volte scoprendolo lungo il percorso. Continua a esplorare Colloqui online: come si cambia nella vita Dal giudizio alla domanda: le ragioni dell'anima Chirone e l'archetipo del guaritore ferito Parlare per immagini per capire cosa abbiamo nel cuore Se vado dallo psicologo ho qualcosa che non va Rimaniamo in contatto? Iscriviti alla newsletter Torna al blog Cuoriforme